La stampa arriva, va al muro sopra il divano e sembra un francobollo. Quasi mai il problema è l’immagine. Sono i centimetri decisi a occhio nel momento dell’ordine.
Il copione è sempre quello. Si passa mezz’ora a scegliere lo scatto giusto, altri dieci minuti sulla finitura, e poi il formato lo si prende al volo, il 30×40 perché è quello che compare per primo nell’elenco. Il pacco arriva puntuale, il quadro sale sulla parete, e sopra un divano da due metri e venti quel rettangolo si perde.
Le misure partono dal mobile, non dalla parete
Il riferimento da cui calcolare non è la parete intera, ma quello che sta sotto. Un divano, una consolle, la testata del letto. La proporzione che regge nella maggior parte dei casi vuole che l’immagine occupi tra i due terzi e i tre quarti della larghezza del mobile, contando anche la cornice. Sopra un divano da 220 centimetri vuol dire arrivare intorno ai 150 di ingombro complessivo, che con una stampa sola diventa un formato importante. In alternativa si spezza in due o tre parti affiancate, e lì c’è un margine di manovra in più, perché le composizioni a pannelli, che su Graphic-shot si ordinano anche con moduli di dimensioni diverse fra loro, tornano utili sulle pareti non simmetriche. Vanno però contati anche i vuoti fra le cornici, che sono parte della composizione e non un ripiego.
Sull’altezza il criterio è più stabile. Il centro dell’immagine sta bene attorno ai 150 centimetri da terra, che è l’altezza usata negli allestimenti museali e corrisponde all’occhio di una persona in piedi. Sopra un mobile il vincolo si sposta: si scende, lasciando una ventina di centimetri fra il piano e il bordo inferiore della cornice, altrimenti il quadro sembra galleggiare. Nei corridoi invece conviene stare più bassi e più piccoli, tanto lì nessuno si ferma a guardare da lontano.

Il ritaglio che nessuno mette in conto
Fatti i conti sulla parete si va a ordinare, e arriva il secondo errore. Chi stampa foto online passa da un configuratore: su graphic-shot.com è stato studiato si carica il file, si sceglie il supporto fra tela, plexiglass, alluminio o carta fotografica, si imposta il formato e si decide la finitura. I formati però sono quelli previsti a listino, e nessuno di quei passaggi chiede di guardare le proporzioni dell’immagine che si sta caricando.
Sono due numeri che coincidono raramente. Una foto scattata con il telefono ha proporzioni 4:3, quindi entra pulita in un 30×40. Una reflex lavora in 3:2, e il suo corrispettivo è il 20×30 oppure il 40×60. Un 70×100, che sarebbe la misura giusta per quel divano da 220, non corrisponde a nessuno dei due rapporti. Vuol dire che qualcosa deve per forza uscire dall’inquadratura.
Tanto vale decidere prima cosa. Un ritratto sopporta male i tagli sui lati, un paesaggio quasi sempre sì, perché si può togliere cielo in alto senza che nessuno se ne accorga. Se invece lo scatto non ha aria intorno al soggetto conviene rinunciare al formato ideale per la parete e scendere a quello che rispetta le proporzioni, recuperando i centimetri mancanti da un’altra parte.
La cornice fa il resto
Il posto da cui recuperarli è il passepartout. Un margine da sei o sette centimetri intorno a una stampa 30×40 porta l’ingombro finale vicino ai 44×54, che è un salto notevole e va calcolato prima, non dopo. Il file resta quello che è, con le sue proporzioni intatte, e a occupare la parete ci pensa il bianco.
Chi stampa e incornicia insieme se ne accorge in tempo. Su Graphic-shot i poster escono su carta semiglossy da 200 grammi, pensata proprio per essere incorniciata, e le cornici su misura si ordinano con le dimensioni che servono. La misura totale così è nota già al momento dell’acquisto, invece di diventare una sorpresa in fase di montaggio.
Prima di confermare qualsiasi cosa, comunque, resta il metodo più affidabile e anche il più banale. Si ritaglia un foglio di carta da pacchi nelle dimensioni esatte della cornice, lo si attacca al muro con del nastro di carta e lo si lascia lì due giorni. Passandoci davanti la mattina si capisce in un attimo se quel rettangolo è della misura giusta, e capita spesso di accorgersi che serviva più grande.











